Valeria Bianchi Mian e Valentina Marra
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Ad ogni sintomo un colore? No, non è mai così semplice. Nella nostra esperienza di psicoterapeute, l’esplorazione è sempre un’avventura profonda individuale che ci porta ad approfondire il senso del malessere che si esprime. Attraverso la lettura dei significati, in senso magico, fiabesco, mitologico, estraiamo il messaggio contenuto dentro quel particolare dolore, associamo al male un certo colore. Pur seguendo l’iter delle operazioni ermetiche, i passaggi alchemici dal nero al rosso, non escludiamo che ogni lettore o lettrice possa decidere di cominciare dal fondo e ritornare all’inizio, oppure di estrarre un colore e dare spazio, per primo, al verde o al giallo.

Domandiamo inoltre a chi si approccia con curiosità a questo saggio, di aggiungere idee e tematiche, storie e favole, poesie e suggestioni mitologiche a proprio piacere, commentando l’articolo.
Pronti, partenza, e colore sia!
Bianche sono le ossa ma rosso il sangue che nasce al loro interno. Grigia è la materia del cervello che fa l’intelligenza, rosso il cuore e rosso il sangue. Tanti colori accompagnano il corpo nel suo evolversi dalla terra al cielo, e nel ritorno dallo spirito alla terra, nella totalità che è Anima Mundi.
Respira, trova il tuo ritmo e comincia la lettura, accogliendo in te le percezioni delle tinte visibili e invisibili.
Alla fine di questo percorso condivideremo con te una fiaba alchemica. È la storia di Dora e Tim e dell’Uovo Magico, una creatura che culla e nutre in sé ogni colore.
Gli studi sui colori
Tra il 1665 e il 1666 Isaac Newton aveva osservato che, facendo passare un raggio di luce del sole attraverso una fessura e andando a colpire un prisma triangolare, la luce si scomponeva in una sorta di rosa tinteggiata. Nasceva così la striscia cromatica dello spettro dei colori. La natura della luce è una vibrazione elettromagnetica che rende visibile il corpo che riflette questa luce. La fisica ci aiuta a spiegare cos’è il colore ma non dà conto della capacità degli stessi di essere medicina dell’anima e del corpo. Il sole, ad esempio, sembra emettere una luce bianca, o gialla, o anche oro, ma in realtà in questa luce sono presenti proprio tutti i colori: dal rosso all’arancio, dal giallo al verde, fino al blu, indaco e violetto.
Immaginando appunto la luce come frequenza emessa da un corpo vibrante, possiamo anche dire che, se la vibrazione suddetta è lenta, il colore sarà più vicino al rosso. Poi, aumentando la velocità della vibrazione, il rosso si avvicina al giallo, al verde, al blu e infine al violetto, che è la più veloce e visibile vibrazione colta dall’occhio umano.
Ogni colore possiede una sua caratteristica speciale, nonché proprietà particolari che hanno a che fare con le sue vibrazioni. Ogni colore ha una sua storia, anzi: le sue storie, dove mito e fiaba convergono per dare alla metafora il suo potere curativo.
Il primo libro dedicato al tema della cromoterapia è del 1978 ed è la prima versione della moderna disciplina (Edwin Babitt).
Per noi che di mestiere facciamo le psicoterapeute e seguiamo l’orientamento junghiano-hillmaniano, gli archetipi e i colori non sono due mondi troppo distanti.
Gli archetipi per Carl Gustav Jung somigliano al noumeno kantiano, ovvero sono inconoscibili. Una forma primigenia è l’archetipo, che deriva dal latino arché, cioè inizio, principio originario, e typos, ovvero marchio, esemplare.
Ogni immagine mitologica e fiabesca, i sogni e persino i sintomi richiamano la forma primordiale che non può essere conosciuta, appunto, se non attraverso le proiezioni, delle quali miti e fiabe sono la più creativa espressione e i sintomi la più dolorosa.
Nel sintomo, l’archetipo si è perduto in complesso inconscio e solo attraverso la presa in carico della sofferenza e dell’energia vitale nascosta nel malessere si può riaccendere un’esistenza a colori.
In questo saggio, addentrandoci nei colori, facciamo spazio al rapporto, alla relazione possibile con gli archetipi sottesi al nostro prezioso “Uovo Magico”.
Il nero, parte prima
Nera è la notte
«Prima delle luce la terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell’Abisso.»
(Genesi, 1-2)
Ogni viaggio è un colore, un colore da attraversare, un colore che illumina, un colore che ci costringe a sostare per osservare, per lasciarci coinvolgere.
Il nero rappresenta la fine ma anche l’origine di ogni nuovo inizio. Così come il bianco, il nero si può associare alle due estremità, quella dei colori caldi e quella dei colori freddi, a seconda dell’opacità o della brillantezza che sfoggia. Diventa la somma dei colori, il nero, la loro negazione o la loro sintesi. Contro-colore di ogni colore, è associato alle tenebre primordiali, all’indifferenziato originario. Contrariamente al bianco, che viene accostato all’asse terrestre est-ovest che è legata al cambiamento, il nero si colloca sull’asse nord-sud, quello della trascendenza assoluta dei poli. Così il nord è nero per i Cinesi, per gli Aztechi e per gli Algonchini.
Il nero è il caos
Considerato come assenza di colore, il nero assorbe la luce e non la restituisce.
Esso evoca il Caos, il Nulla, le Tenebre, il Male e la Morte.
Elementi archetipici con l’iniziale maiuscola che li enfatizza. Ma non dimentichiamo che il nero è anche associato alla Terra, fertile e materna, che nel procedimento alchemico offre la base per operare.
Terra nei miti antichi contiene le tombe che diverranno dimora dei morti e prepara, con lenta lavorazione, la rinascita a nuova vita. Per tal motivo, ad esempio, le cerimonie in onore di Plutone, il Signore degli Inferi, comprendevano sacrifici di animali neri ornati con nastri dello stesso colore. Tali sacrifici potevano avere luogo solo nelle tenebre e la testa della vittima doveva essere rivolta verso la terra.
Nero come le profondità dell’oceano
Il nero, dunque, come colore plutoniano ma anche affine al Dio Nettuno, il Signore delle profondità marine, è associato all’oscurità delle origini e precede la creazione di tutte le religioni. Per la mitologia greca, lo stato primordiale del mondo era il Caos (da: Robert Graves, I miti greci).
Il Caos generò la Notte che sposò suo fratello, Erebo: ebbero un figlio, l’Etere. Così, dalla Notte e dal Caos iniziò ad apparire la luce della creazione. Nel frattempo, la Notte aveva generato il Sonno, la Morte e tutte le miserie del mondo come la Povertà, la Malattia, la Vecchiaia.
Malgrado l’angoscia provocata dalle tenebre, per i Greci la notte era considerata Ephron ossia “madre del buon consiglio”. Infatti, proprio durante la notte arrivano le soluzioni ai dilemmi, è così vale il detto popolare che dice: «la notte porta consiglio».
L’opera al nero: la nigredo
La prima grande trasmutazione alchemica è la nigredo – o annerimento – che appartiene all’operazione chiamata mortificatio – o uccisione -, in quanto fa riferimento all’esperienza della morte. Alla mortificatio è associata la putrefactio ossia il marcire, la decomposizione che disfa i corpi. È un processo attraverso il quale la vita abbandona gradualmente la materia, dando origine a un composto informe e putrido. Il processo di putrefazione trascina la materia in uno stato di fermentazione che a sua volta porta alla luce una nuova forma di vita (Carl Gustav Jung, Mysterium coniunctionis)
«La putrefazione è talmente efficace da cancellare la vecchia natura e trasforma ogni cosa in un’altra nuova natura e porta un nuovo frutto.Tutte le cose muoiono in essa, tutte le cose morte decadono e poi tutte queste cose morte ritornano in vita. La putrefazione toglie l’acredine da tutti gli spiriti corrosivi del sale, rendendoli delicati e dolci.».
Da un punto di vista iniziatico, questa fase indica la morte simbolica dell’adepto. Il colore nero e l’oscurità della notte sono i simboli per eccellenza della nigredo. Le tenebre indicano quegli aspetti di sé invisibili e sconosciuti, che aspettano di essere illuminati dalla luce dell’alba. Tale stato è governato dal pianeta e dal dio Saturno, ovvero colui che porta lentezza, pesantezza ma anche fissità e saggezza. In termini psicologici, la nerezza si riferisce all’Ombra.
Nella teoria Junghiana, il concetto di Ombra viene classificato come archetipo. Inizialmente questa coincideva con l’inconscio personale, ma è stata oggetto di successivi sviluppi ed aggiunte, talora sovrapponentisi, in maniera costante fino alle ultime opere del padre della Psicologia Analitica. Gradatamente, l’Ombra assunse, per Jung, caratteristiche peculiari che, pur comprendendo l’inconscio personale, in qualche modo lo superarono, incarnando tutto l’insieme degli atteggiamenti dell’individuo, gli aspetti non sviluppati. Essa comprende tutti gli elementi della natura istintiva dell’uomo che, per incompatibilità con la forma di vita cosciente, non vengono vissuti e si uniscono a formare nell’inconscio una personalità parziale relativamente autonoma. Il motivo dell’Ombra appare come la prima ed essenziale tappa del processo analitico junghiano. Il riconoscimento della propria Ombra e la sua integrazione cosciente costituiscono un imprescindibile passo verso qualunque cambiamento.
L’uomo civile tende a dimenticare la propria faccia oscura, convinto che essa appartenga a uno stadio infantile passato, ma, nonostante la sua dimensione sociale, civile, tale parte istintuale, selvaggia, incosciente e primitiva permane. Tale parte viene a farci visita di notte attraverso i sogni. Le produzioni oniriche che hanno a che fare con la nerezza si presentano soprattutto quando l’Io cosciente si identifica unilateralmente con la luce. L’incontro con l’Ombra non è altrettanto scevro di pericoli. La falsità, i desideri sessuali, le depravazioni morali, l’odio, l’invidia, tutto ciò che abbiamo sempre criticato e con sorprendente acuità, non priva di sdegno, colto negli altri, lo ritroviamo improvvisamente come il cavaliere oscuro che ci accompagna lungo il cammino.
Nella Divina Commedia, la nigredo corrisponde al passaggio di Dante Alighieri nelle circonvoluzioni infere. L’inferno è, infatti, immaginato come una voragine circolare che sprofonda al centro della terra. Tale voragine è dominata dal buio, dalla sofferenza, dalla paura, dalla dannazione, ove coesistono atteggiamenti incompatibili con il mondo cosciente.
L’ascensione dantesca è dunque un cammino di reintegrazione della totalità individuale, dagli inferi al mondo paradisiaco. Un po’ come novelli Pinocchio, siamo impegnati nel percorso di iniziazione al senso della vita. Il burattino si trasforma, come vedremo più avanti in questo saggio, in un bambino vero, facendo capolino dallo stato di ingenuità alla consapevolezza attraverso l’esperienza – in Vita – della Morte e della Rinascita, grazie alla trasformazione che ci coinvolge perché noi per primi siamo immersi nel processo.
Il nero si trova nelle cloache
Zolfo, Sale e Mercurio sono i tre protagonisti, gli elementi chiave del procedimento alchemico. I tre elementi all’inizio dell’opera individuativa brancolano nel buio come attori ciechi, si agitano e fremono dolenti nel crogiuolo alchemico della nostra anima, si fanno largo per differenziarsi e nel contempo bramano l’unione. Non sanno come fare, gli elementi, a congiungersi in danza. Sul palco del teatro cosmico vige il buio. La pièce della vita cosciente non è ancora cominciata.
I primi movimenti del Caos sono affini alla tematica dei metalli e degli elementi scissi che vengono rimescolati per opera dell’adepto, gli stessi “frammenti” che il neoplatonico Porfirio, allievo di Plotino – come riportato da Carl Gustav Jung in Mysterium coniunctionis – suggerisce di recuperare e mettere insieme prima di poter ascendere in se stessi. A questo stadio di separazione delle sostanze arcane di partenza, il metallo d’elezione è il Piombo.
«Piantare un albero nella casa di Saturno» significa dare inizio al percorso alchemico, scrive Carl Gustav Jung, analizzando le pagine redatte dai filosofi ermetici. All’inizio, come si è detto, i metalli alchemici sono separati e nell’uomo abita «un mondo in miniatura», un cosmo da riordinare grazie al procedimento della Grande Arte.
La metafora del “piantare un albero” nella casa del primo arconte indica l’avvio del processo di trasmutazione della materia partendo proprio dal vecchio Sol Niger, dal buio delle nostre ataviche paure, dai moti dell’Ombra, dal sintomo che portiamo nella stanza dell’analista.
La nigredo inizia quando cominciamo a prendere in considerazione questi metalli scissi che brillano in noi sotto la polvere simbolica del tempo. Si tratta di un lavoro altamente poetico, totalmente immaginativo, metaforico, ma anche carnale, vitale. Ha a che fare con il cervello destro, sede della creatività, e non trascura la sofferenza come nutrimento della stessa. C’è un’eco simbolica ed è il richiamo alla terra dentro la quale andremo a piantare il seme del futuro. L’albero crescerà, e nel tempo, nel frattempo, noi lo cureremo affinché cresca rigoglioso dentro di noi, dalla ghianda fino alla quercia, seguendo la via del daimon indicata da James Hillman (nota).
Saturno è il nostro umbra solis, ma non vive soltanto come praefectus carceris, Signore della Melencolia, Dio della depressione. Piantando un albero dentro il suo giardino, il nostro orto interno, suoniamo il La per una sinfonia di immagini da associare al primo barlume di luce che apparirà nel calderone oscuro. Come quando, ad esempio, non appena si avvia il percorso terapeutico, un paziente – stupito – ricorda il suo primo sogno.
Tra quindici giorni un nuovo articolo sul colore nero, i suoi aspetti favorevoli nella Ruota dell’Anno e alcune pratiche per fare i conti con il nero dentro di noi.
