
Articolo di:
Valeria Bianchi Mian e Valentina Marra
*
Una fiaba al nero: Pinocchio esce dal Vaso
Ci sono storie che disegnano una simbologia sempreverde, immagini archetipiche che mutano abito nelle traduzioni articolate di disegnatori e cineasti, teatranti, filosofi ermetici.
Ci sono narrazioni che vivono più vite, proprio come i gatti, e parlano ai bambini e agli adulti con voci diverse, ma conservano e curano il fil rouge del discorso.
Così come è accaduto alle Lame dei Tarocchi, figure che percorrono lo spazio dei secoli cucendo le tappe dell’esperienza collettiva, ci sono racconti impastati e intrecciati con il mito, fiabe mescolate e rimescolate nei secoli con la sopraffina e rarissima Aqua Permanens, seppur covate dentro un Athanor popolare.
Pinocchio è certamente uno di questi preziosi contenitori simbolici che risuonano di figure a tutti note: l’oro che questa storia ci regala è gemma filosofale potentissima, arcana.
Il Bagatto, Arcano Maggiore numero uno, lo ritroviamo nelle mani operose del papà Geppetto. Sveliamo l’Appeso, la dodicesima carta, quando il burattino, ingannato da quei balordi del Gatto e della Volpe, finisce a penzoloni da una corda per poche monete.
Ne I Tarocchi di Pinocchio, dipinti da Da Valcauda, tutte le fasi del procedimento si rivelano, inequivocabilmente: nigredo, cauda pavonis, albedo, rubedo. C’è tutta la danza ermetica dell’essere e del diventare se stessi (nota).
Da Enrico Mazzanti (1889) in poi, ogni disegnatore di Pinocchio ha dato sfumature e linee diverse al proprio protagonista, ha creato prospettive e scorci a illustrare la trama dei fatti, intorno e dentro al senso, nell’esperienza di vita e nella ricerca del significato profondo della stessa.
Decennio dopo decennio, assistiamo al fiorire di versioni diverse del bambino Pinocchio, e sono tutte storie che fuoriescono dalla stessa matrice per raccontare nuovi burattini – cinematografici e letterari, teatrali, a fumetti -; sono favole che cantano eroi mercuriali, elementi di legno grezzo che si trasmutano in creature di carne e ossa. Tra le versioni cinematografiche, la nostra preferita resta quella di Luigi Comencini (1972), con l’indimenticabile Nino Manfredi nei panni di un padre al limite della disperazione nel votarsi al benessere del figlio.
Tanti anni fa ci è capitato tra le mani un libro affascinante: Pinocchio e i simboli della Grande Opera (1984), un saggio di N. Coco e A. Zambrano. I due studiosi vanno a scovare i risvolti ermetici del testo, esplorando tra le righe del libro e riconoscendo nel Ludus Puerorum collodiano un contenitore di segreti antichi che ruotano intorno al filius dei filosofi.
In Uscite dal mondo (Adelphi Edizioni, 1992), Elémire Zolla descrive Pinocchio come raccontino. Nei “giochi di fanciulli” non perdono tempo i più grandi, ma, disdegnando le cose dei piccoli, gli adulti rischiano di veder scomparire il tesoro contenuto nelle leggerezze, negli scherzi “da intrattenimento”, superficiali solo in apparenza. Per Zolla, le figure archetipiche più importanti sono contenute tra le righe di Pinocchio: il burattino simbolico, così come ogni creatura creata, tanto per cominciare, muove i primi passi con il proprio Demiurgo/Geppetto. Con lui sta la Madre Vergine/Fata Turchina, un po’ Sophia, saggezza alchemica, e un po’ Musa ispiratrice.
Innumerevoli voci si sono succedute per indicare il collegamento della fiaba di Pinocchio con la procedura della transustanziazione del piombo in Pietra Filosofale.
L’asse maschile della storia è dialogo Senex-et-Puer, impresa eroica del figlio in cerca della propria umanità e, al contempo, del padre perduto. Un figlio che per diventare adulto deve trapassare e cambiare natura: dal legno, la carne.
Il legno ritorna come barca per il viaggio nel mare dell’inconscio e, in qualità di talamo mortifero, diventa croce e bara nella fase della nigredo alchimistica, il momento nero che è, come abbiamo sottolineato, la fine necessaria per entrare nel nuovo inizio. Quando il burattino torna alla pianta, nell’immagine del bosco sorge l’albero dell’Appeso, indicante lo stare in sospensione, pausa necessaria prima dell’azione. Non c’è un’unica Morte nella storia; sono molte le prove che il nostro eroe, di volta in volta, deve superare. Pinocchio è sottoposto alle avventure iniziatiche del caso: subisce, patisce in continuazione.
Così come l’oro alchemico è risultato di una opus contra naturam, la trasmutazione di Pinocchio in ragazzino è un andare “oltre l’oltre” superando le prove iniziatiche. Burattini e burattinai sono entrambi aspetti dell’adepto alchimista stesso, che è artefice operaio dell’anima, vincolato ai passaggi di una storia in cui si crea l’oro nel Vas. Si parte dal fisso, il pezzo di legno, il corpo/statua dipendente dallo scultore, e, attraverso il viaggio trasformativo, lo stesso materiale si fa volatile, capace di accogliere il dinamismo vitale, la scintilla della vita – insito anche nei semi, a ben guardare, dei Bastoni (gli Arcani Minori).
Si succedono nel tempo e nello spazio e ancora si succederanno molti Pinocchi: alcuni di loro moriranno nelle mani delle astute Volpi o si salveranno solo se non metteranno il naso fuori dalle case dei padri, se rinunceranno all’intraprendenza – il difendersi dal mondo, e dall’Altro. Il non esporsi potrebbe mettere al sicuro tutte le Cappuccetto Rosso dalle fauci del lupo e i Pinocchi dai Lucignoli. Ma il gioco dell’avventura della vita vale la candela. Occorre buttarsi nell’impresa, perché il gioco rimescola le carte, perché – appunto – ci fa vivere.
Il “varcare la soglia”, nonostante la nostra impreparazione, è un gioco da ragazzi – Ludus Puerorum. E allora si scorgono paesi dei balocchi, ventri di balena, tappe nel transito, passaggi verso il risveglio.
Svegliarsi adulti è accogliere e seguire il rischio, il dolore e la rinuncia, è attraversamento del limite, del margine.
È bello traboccare oltre il Vas, dare inizio al viaggio alchemico. Pinocchio esce di casa e fuoriesce dal Mondo più saggio; cambia pelle e corpo, proprio come Lucio-Lucignolo ma il suo verso va in senso contrario; se il primo si sviluppa, l’altro implode nella forma asinina. L’istinto focoso di Pinocchio subisce un freno per iniziarsi alla vita, si fa evocazione di quel Lucio che risuona, potenzialmente «asino d’oro» in Lucio Apuleio. Potrebbe anche fermarsi, bloccarsi come il povero Lucio dello Pseudo-Luciano (del I° secolo d.C), il quale, nella favola erotica Lucio o l’asino vede gli animali, compreso quello che da umano ha subito la metamorfosi, rapiti dai ladri e venduti a un mercante che li costringe ad esibirsi come fenomeni da baraccone.
Inevitabili sono i passaggi tra le braccia del Principio Femminile: la Fatina, ad esempio, dolce Madre che offre riparo e cura. Poi c’è la Grande Balena che richiama il Vas ermetico, contenitore che divorò e sputò fuori anche il biblico Giona, perché la Morte – tredicesimo Trionfo – è rinascita dopo la discesa infera. La Morte è risalita e ritorno al Matto, lo stesso dal quale si era partiti, ma, questa volta, lo si raggiunge da… compiuti. Per poi, sempre in fieri, cominciare un nuovo viaggio.
«Ti perdonerò per questa volta, ma ricordati: se del perdono non sarai degno, per tutta la vita sarai di legno» dice la Fata Turchina.»
La discesa sulla terra di Pinocchio
Carlo Collodi raccontava un mito di fondamentale importanza: l’incarnazione, ovvero la discesa di un essere speciale nel nostro mondo, e la sua trasformazione in un ragazzino “normale”. Normale, dal latino norma, sostantivo che indica la squadra, lo strumento utile a misurare gli angoli retti. Pertanto, si deduce come l’idea di normalità richiami quella di rettitudine, di conformità alle regole. Per diventare una bambino «come tutti gli altri» Pinocchio discende e percorre la via. Soltanto seguendo la strada della rettitudine egli diventerà umano. Nel suo racconto l’autore spiegava come e perché questo prodigio possa avvenire in ciascuno di noi, quali sono gli ostacoli che si incontrano e come essi vengono superati con l’ausilio di un pizzico di magia. Del resto, Carlo Collodi, all’anagrafe Carlo Lorenzini, ricordiamolo, dal 1837 fino al 1842 entrò in seminario a Colle di Val d’Elsa per diventare prete e ricevere un’istruzione e, fra il 1842 e il 1844, seguì lezioni di retorica e filosofia a Firenze, presso la scuola religiosa degli Scolopi (i chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole Pie).
Negli antichi testi sacri della religione Cattolica è scritto:
«Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo.»
Dove?
Anche Pinocchio nel suo percorso ascendente di iniziazione e incarnazione, torna più volte alla Grande Madre rappresentata dalla Fata Turchina.
«Destati, oh legno inanimato! Perché la vita io t’ho donato!»
La Fata incarna il luogo simbolico senza memoria in cui l’uomo è veramente se stesso, un luogo vergine a cui tornare e in cui esiste il fondamento di ogni conoscenza, prima che qualsiasi insegnamento venga inculcato. Origine e fine di tutte le cose, dal quale emerge la coscienza per poi farvi ritorno.
Scrive Neumann: «Di fronte a questo Uroboros materno la coscienza umana percepisce se stessa come contenuto embrionale, perché l’Io si sperimenta come completamente contenuto in quel simbolo originario» (E. Neumann, Storia delle origini della coscienza, p.34). In questo modo inizia il percorso individuale e collettivo dell’uomo.
Pinocchio: gli occhi del Pino
Chiudiamo gli occhi e balziamo in Egitto. Ecco, davanti a noi, l’occhio di Ra.
La leggenda narra che a Horus fu strappato in combattimento l’occhio sinistro dal e che Thot riuscì a riprendere l’occhio a Seth e rimetterlo nell’orbita di Horus. Ora questa leggenda narra in realtà di un percorso iniziatico. Il suo occhio destro, quello sano, l’occhio divino, resta al dio, mentre l’altro, quello sinistro, imperfetto, è destinato all’uomo. Imperfetto, nel suo significato etimologico di non compiuto, non ancora realizzato, in quanto sconosciuto, oscuro, inconscio. Occhio che, nella leggenda, Horus perde nello scontro con Seth, il dio del male, che vive ed opera sulla terra, avendo usurpato il potere al suo legittimo Re, Osiride – poi ucciso e tagliato in quattordici pezzi. Occhio sinistro che Horus, nel corso del suo passaggio terreno, deve trovare e reimpiantare nel bulbo vuoto.
Infatti nel Libro dei Morti, cap.LXVI, si legge: «Io sono Horus, il figlio primogenito di Osiride, che dimora nel mio occhio destro. Giungo dal cielo e rimetto Maat (la dea della verità e della giustizia) nell’occhio di Ra (il Sole)», che, per gli egiziani, è appunto il sinistro.
La riconquista della vista dell’occhio sinistro può avvenire quindi solo se uomo e donna, nel loro cammino terreno, hanno praticato tutte le prescrizioni del percorso iniziatico teso alla conquista della vera vista: quello che noi chiamiamo “terzo occhio”.
Nell’occhio destro scorre l’energia del serpente, rappresentato da un cobra femmina, manifestazione della dea che personifica l’occhio ardente di Ra: l’ureo (ureo che indica appunto il possesso della terza vista).
Simbolicamente, quindi, l’uomo deve riappropriarsi della vista, iniziando a compiere il miracolo di riuscire nuovamente a vedere durante l’esistenza terrena con ambedue gli occhi, guardando il mondo terreno e quello celeste.
Il padre Geppetto
Geppetto entra in contatto con il proprio bambino interiore attraverso gli occhi del neonato burattino, attivando il Puer, e inizia, finalmente, a vedere. Geppetto ha un nuovo paio di occhi e li fabbrica assieme al burattino per compiere quel processo che da solo non potrebbe portare a termine.
Come ogni uomo che si mette in gioco, a metà del percorso della vita Geppetto intraprende un viaggio dentro se stesso, perdendosi per poi ritrovarsi insieme al suo burattino, Senex et Puer.
Muori e diventa, la morte e il dolore sono il metodo naturale e la chiave dell’evoluzione dell’uomo. La vita del burattino di legno e del padre che lo crea riguarda ognuno di noi. Ha a che fare con le avventure della coscienza umana. Con la trasmutazione che passa attraverso la fase della nigredo. Con la morte simbolica.
«Ho pensato di fabbricarmi da me un bel burattino di legno: ma un burattino meraviglioso, che sappia ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchier di vino: che ve ne pare?»
Si potrebbe pensare che ci siano delle analogie tra la storia di Pinocchio e quella di Gesù.
Il padre di Gesù si chiama Giuseppe, il padre di Pinocchio G-ius-epp-etto; fanno entrambi i falegnami; Pinocchio era un pezzo di legno, Gesù muore su un pezzo di legno, etc.), ma Collodi ci parla di un Pinocchio allegro e, forse, felice. Un volto di Gesù lontano da ciò che abbiamo sempre conosciuto.
Pinocchio muore come legno e rinasce come Essere Umano.
Lì comincia la sua vita, guarda quel pezzo di legno e dice: «Che buffo»!
Dal fuori al dentro, dal dentro al fuori
Pinocchio rinasce come ragazzino per vivere la pienezza della sua vita in questa terra.
James Hillman nel Codice dell’Anima, sostiene che crescere non è ascendere, bensì discendere, farsi carne, toccare terra.
Solo in questo modo recuperiamo il senso della vita e possiamo dare un significato alle cose che ci accadono.
Il Buddha ha lasciato il palazzo dorato perché la sua anima era richiamata dai vecchi, dai poveri e dai malati e, discendendo, ha trovato un senso alla vita; lo stesso vale per San Francesco, ma come discesa nella semplicità.
Basta pensare ad un neonato, la cui nascita è una discesa nella materia; infatti, è come se si tuffasse: esce prima la testa (l’alto) e poi per ultimi i piedi (il basso). E il compito del bambino è abituarsi a vivere in questo mondo, una volta che l’ultimo legame diretto col Cielo (la fontanella nel cranio) si è sigillata.
Così vale anche per lo Zodiaco, che inizia con l’Ariete, la testa, e termina con i Pesci, ovvero il Maiale nell’oroscopo cinese, che simbolicamente corrisponde ai piedi.
Tornando al concetto di discesa, l’Albero della Vita della Qabbaláh, la mistica ebraica, è rappresentato da dieci Sephirot. Si tratta di un albero capovolto, le cui radici sono in cielo (Keter, la corona) e i rami con il fogliame crescono verso il basso (Malkuth, il regno).
Concludiamo con questa frase estratta dallo Zohar: «Allora l’anima, vedendo che non poteva disubbidire, suo malgrado scendeva in questo mondo.» (Zohar, il Libro dello Splendore)
