A cura di Valeria Bianchi Mian e Valentina Marra
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La coda del pavone
Tengo il rosso e il blu, più che il nero / i colori dell’arcobaleno. / Chagall sulle lampade del ristorante indiano / l’aroma cromoterapia. / Conservo il rispetto per i legami, l’amicizia / che, se non è reciprocamente coltivata, imputridisce / e puzza come la carcassa del rettile che morde / soltanto la propria coda. / Lascio andare le cose che se ne vanno / troppi sacrifici per essere conservate. / Abbandono ciò che ha da essere abbandonato. / Colgo al volo i fatti, la possibilità / di avere ancora e ancora la bellezza da condividere.
La prosa poetica di Valeria Bianchi Mian introduce il tema comune. Ora che lasciamo andare via il nero e il blu profondo, quale colore riusciamo a visualizzare? Quando si passa oltre il buio della notte e si transita svestendo il lutto che è stato necessario; quando si salutano i ruoli malati perché si è stati tanto coraggiosi da acquisire la conoscenza della putrefazione simbolica, si possono abbandonare anche i vestiti del passato. Di sicuro non sono più adatti a noi, quegli abiti. D’altronde, Sorella Morte è una parte della vita e per accedere a nuovi livelli di consapevolezza di sé bisogna incontrarla, la nostra oscurità che risuona di un futuro comune a tutti i viventi. Per vivere pienamente.
Cauda pavonis è il tripudio di Iride, è la danza dell’arcobaleno. È un po’ come quando, nell’alambicco alchemico, nella cosiddetta “storta”, i colori riprendono a mostrarsi agli adepti. Il fratello e la sorella mistica la chiamavano così, questa fase. La coda del pavone. Se lasciamo scorrere via le vecchie abitudini, le interpretazioni disfunzionali del mondo, ecco: spunta un colore nuovo, e poi un altro, e la bellezza fa la ruota. Ogni paradosso è compreso nell’insieme. In danza.
«Guardai con occhi di camaleonte la mutevole faccia del mondo», sussurra Anais Nin descrivendo la propria (ri)nascita dalle ceneri di se stessa, nel percorso letterario-individuativo dei Diari, che sono la sua autobiografia in itinere, il viaggio narrativo che la scrittrice ha curato per decenni. La meta è vivere nel paradosso collegante gli opposti nella possibilità di un’armonia dove l’anima sia libera.
«L’ambivalenza è naturale», dice James Hillman, è la «reazione adeguata dell’intera psiche di fronte a queste verità complete» che sono i simboli. (J. Hillman, Senex e Puer – pag. 33 e 34)
Per restaurare la nostra interezza possiamo cogliere le espressioni dell’anima saggia che vive nel linguaggio onnicomprensivo: parole, immagini e colori illustranti questa opus che si svolge nell’alambicco psichico, così come in quello corporeo; colorare la parola è renderla «accessibile, un giorno o l’altro, a tutti i sensi», una vera Alchimia del verbo nei Deliri di Rimbaud: «A nera, E bianca, I rossa, O blu, U verde…» scrive il poeta. «All’inizio fu un’indagine. Scrivevo silenzi, notti, notavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini».
Fissità della logica saturnina volatilizzata nell’immaginazione e volatilità turbinosa delle immagini fissata nella parola poetica nella coda del pavone metaforico. Da: Opere (pag. 223 Una stagione all’inferno, Deliri II. )
L’arcobaleno della dea
Alla dea Iride, che come Mercurio è messaggera degli dei, ma, a differenza del dio, è anche annunciatrice di cattiva sventura per gli uomini, l’alchimista Gerardus Dorneus attribuiva la possibilità di trasmutare gli elementi. Come uccello che si trasforma, da “testa di corvo”, altro emblema alchemico, fino alla “coda di pavone”, fino al bianco, che rappresenta il colore del cigno, è Iride. A noi lei ricorda anche Armonia, figlia di Venere e Marte. Inoltre, fu proprio Iride a condurre il leone di Nemea tra i monti grazie alla sua meravigliosa cintura. In tutte le tradizioni religiose, l’arcobaleno è il simbolo dell’unione tra gli opposti, il cielo e la terra, in quanto ponte immateriale che si crea dopo la pioggia e che permette all’anima di elevarsi alle vette dello spirito. I popoli antichi consideravano l’arcobaleno un simbolo ascensionale, mentre nella tradizione ebraica indicava l’ira divina placata e la possibilità di una nuova alleanza.
In Risposta a Giobbe, Carl Gustav Jung scrive che per rendere più solidale l’alleanza (con il popolo ebraico), Yahweh creò l’arcobaleno perché ne fosse simbolo. Da allora, Dio raccoglie nelle nubi folgore e piogge torrenziali e, dopo, appare anche l’arcobaleno, che a Lui e al popolo ebraico ricorda o dovrebbe ricordare l’alleanza stipulata.
I colori dell’arcobaleno rappresentano i sette metalli della tradizione dell’Opera alchimistica. Bacone sosteneva che per avere una percezione del mondo sovrasensibile e dei suoi stati sottili, per percepire le differenti tonalità delle immagini archetipiche, occorre creare un accordo con l’anima. (In Diego Frigoli, L’alchimia dell’anima, Magi ed.) La psiche è pronta a riconoscere le sue molteplicità, la materia da fissa e scura diviene mutevole. Come mutevole è la sua collocazione sul piano simbolico. Il già citato Dorneus, nel sedicesimo secolo, affermò che l’uccello alchemico vola durante la notte senza ali, e alla prima alba, dopo un processo di cottura, prende forma prima una testa di corvo, poi una coda di pavone con piume bianchissime e profumate. Successivamente, il volatile assume una colorazione rosso fuoco, mostrando il suo carattere.
La caratteristica del pavone è il raccogliere la totalità di tutte quelle manifestazioni che appaiono e scompaiono, così come fa la sua coda che ruota e poi si richiude.
Nella molteplicità dei colori si riscopre la bellezza degli dèi. Come ben spiega Hillman: «Quando i colori risplendono nella coda del pavone, si accendono anche agli occhi per mezzo dei quali essi possono essere visti. La visione immaginativa precede la bianchezza stessa, altrimenti la terra bianca non potrebbe essere percepita come trasfigurazione della natura per opera della immaginazione.»
