STORIE DI CARTE | di Clara Quartarone

Ospitiamo con enorme piacere ed entusiasmo questo bellissimo articolo di Clara Quartarone, studiosa di simbologia e tarologa. Si tratta di un’analisi molto precisa del Tarotdramma che si è svolto il 26/11/2021 in occasione delle Giornate contro la violenza di Torino (https://www.facebook.com/giornatecontrolaviolenzasulledonnetorino/)

Il laboratorio, condotto da Valeria Bianchi Mian con il metodo del Tarotdramma ha dato l’avvio alle danze che hanno rimescolato miti, riti, parole, corpi della Rassegna FEMMINILI.

Ringraziando Clara per aver partecipato traendo dalla stesa un filo rosso prezioso, ricordiamo anche i suoi contatti:

Clara Quartarone (IG: clara_tarot; FB: Clara Tarot, mail: claraqcku@gmail.com)

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La Giustizia per il passato, La Papessa per il presente, La Ruota di Fortuna per il futuro della storia della Donna. Che si svolge – come un papiro – sotto gli occhi, anzi, la lanterna, di un Maschile parimenti definito da un’immagine precisa, quella dell’Eremita. E il tutto, ancora, sotto la benefica influenza di un Sole che calorosamente veglia su… i suoi figli.

Se osservate nell’insieme, infatti, le carte estratte a delineare l’immagine in evoluzione del Femminile, dànno origine a una discendenza genealogica. 

I nonni, li si scorge, nella loro vetusta saggezza, agli estremi, potremmo dire, della stesa, come due colonne: La Giustizia e L’Eremita. Tra le coppie archetipiche rappresentate dagli Arcani Maggiori, quella formata da La Giustizia e L’Eremita (sono Maat e Thot nel pantheon egizio, Ananke e Chronos, i progenitori che nella mitologia orfica avvolgono l’universo, la Giusta e il Vecchio Saggio di ogni storia) descrive gli avi. 

A una generazione successiva, quella dei genitori, appartengono Il Papa (neanche a dirlo, il santo… padre) e La Papessa, sua compagna, che qui appare come donna del presente. Definirla madre è leggermente meno immediato, almeno nominalmente, ma è sufficiente fare un passo con la mente verso la corrispettiva “madre superiora”, ancor prima di scomodare la Grande Madre di cui è rappresentante archetipica (è Iside, è Demetra, è Vesta, è Maria colta nel momento dell’Annunciazione, proprio quando viene nominata madre vergine, etc.). 

E forse La Papessa, attraverso il suo nome, rivela quel qualcosa che a considerarla solo archetipicamente non direbbe: è una madre-padre, come molte, moltissime, donne del presente. Nel linguaggio psicoanalitico si userebbe l’espressione di “Donna (o madre) fallica” non appena si constatasse che lei, La Papessa, un fallo, ce lo ha davvero, celato tra le vesti. Eppure La Papessa, come madre, è comunque una Grande Madre, come la mia, perché è anche un grande modello di riferimento come Donna per le donne e come Maestra. 

La Papessa è la donna che «ha gli studi», come avrebbe detto mia nonna di sua figlia, o ancor più delle sue nipoti. E sa e ricorda. E una volta che sa, ha coscienza di sé come essere sacro – anche qualora questo sapere non passi attraverso gli studi, ma si innesti nella storia trasmessa da donna a donna. 

A essere rappresentate come La Papessa (per la verità sarebbe più corretto affermare l’inverso) sono, come si è detto, tra il Medioevo e il Rinascimento, le Madonne Annunziate, sulle quali si sperimenta questa forma iconografica che si va affermando di pari passo con le poetesse e le donne di lettere e le mistiche e le… Papesse. 

Sì, perché a quell’epoca il concetto di “Papessa”, ossia di un Papa donna, non era così estraneo come si potrebbe pensare. Era, tuttavia, sconcertante. Tanto che della leggenda della Papessa Giovanna, la più famosa, si servì il movimento protestante per attribuire alla Chiesa cattolica costumi tanto corrotti da eleggere al soglio pontificio una donna. Uno scandalo di depravazione! Meno celebre la vicenda di Maifreda da Pirovano, ma altrettanto significativa: consacrata all’ordine degli Umiliati, Maifreda fu tra i più ferventi seguaci di Guglielma la Boema, la quale, professandosi nuova incarnazione di Cristo nel corpo di donna, aveva scelto Maifreda come sua vicaria nel ruolo, appunto, di Papessa. 

Un discorso senz’altro di parità, parità di diritti, simili a un certo Femminismo, che ha certo sottratto la Donna a imposizioni sociali recepite quasi alla stregua di Leggi di Natura, di iniqua piuttosto che equa distribuzione dei compiti sulla base del genere, ma non le ha davvero reso Giustizia. 

E allora, buttando un occhio sulla carta che segue, La Ruota di Fortuna, si potrebbe pensare a una questione di ruoli e di posizioni (“Regno”, Regnavi”, Sum sine regno”, Regnabo”, si leggeva sulle Ruote della Fortuna che, numerosissime, illustrano i manoscritti medievali), un’alternanza ciclica, che porta a una conclusione (Fortuna, da vortumna, è «colei che fa volgere l’anno») e a un riavvio della “sorte”, ma rimane tuttavia nell’incertezza. Certo è, invece, il sovvertimento, la rivoluzione (culturale, senza meno: è tra Papessa ed Eremita che si muove) che l’Arcano suggerisce. 

Un enigma, cui guarda L’Eremita, come Edipo con la Sfinge. A voler fare due conti, e due riflessioni sulla figura di Edipo, credo che non si uscirebbe dal seminato. Ché Edipo e la sua trama, che fa ingresso e diventa emblema di quella che da Dodds in poi è stata definita “civiltà della colpa”, sono presenti in nuce, nella stesa, con L’Appeso che si ottiene dalla somma delle carte (8+2+10+9+19=48 > 4+8=12). E con L’Appeso, Edipo, condivide la sorte, almeno in parte: abbandonato e appeso a un albero, fu raccolto da pastori che gli diedero quel nome che lo definiva come quello «dai piedi gonfi», per i fori eseguiti dal padre a questo scopo, o per le fasce che stringevano le caviglie, in altre versioni. Un figlio, anche lui, appeso all’albero genealogico, come L’Appeso. 

E se della Sfinge, che compare in cima alla Ruota, sì è già detto, chi può essere L’Eremita che la guarda? Tiresia, l’indovino che era tenuto come il più sapiente tra gli uomini dallo stesso padre degli dèi poiché egli, unico al mondo, aveva vissuto da uomo e da donna integrandoli dentro di sé? O forse Edipo stesso, una volta vista la sua cecità, quando, come diceva l’enigma, camminava su tre gambe, da anziano? Nell’Eremita c’è forse una presa di coscienza di quel Maschile che subentra, come sembrerebbe, a colmare un vuoto, quello di un compagno, che potrebbe essersi sentito mancare la donna, la nonna, e forse ancora indietro di generazioni, che aveva impugnato la spada, e alla sua linea si era conformata, e la bilancia, per distribuire con meticolosa esattezza la porzione di pane consentita dai tempi, conti alla mano – rigorosamente fatti a mente! – su base proporzionale di età o stato di salute del figlio, con un cuore e un’empatia di mamma, cha sa cosa è giusto. E giusto era anche essere imperturbabile, talvolta rigida, nel distribuire con altrettanta misura espressioni di affetto: «I figli, si baciano nel sonno», si diceva. L’Eremita potrebbe essere quell’uomo che, da nonno, smette di essere severo, e la cui assenza aveva reso le donne amministratrici impeccabili, donne impeccabili.

E, riprendendo in mano i numeri, è curioso notare la precisione geometrica delle carte estratte, che si incastrano come i pezzi di un puzzle: 8, 2, 10, 9, 19, dove 8+2=10 e 10+9=19. Ogni componente ha, quindi, il suo ruolo, giusto. Che genera, come un uovo fecondato, che fa tanto discutere di sé a proposito della carta della Papessa, un cambiamento. Che, se osservato e compreso con saggia maturità, non farà che mostrare l’umanità nella sua natura di comunità di simili. Di “figli”, del Sole, come dicevano gli Antichi, o di Dio. Di un Dio che «creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò».

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CLARA QUARTARONE

Clara è una studiosa di Tarocchi, laureata in Lettere classiche e moderne e diplomata archivista e paleografa con la passione per le carte e la scrittura. Il suo approccio filologico si riflette nella ricerca che appassionatamente conduce sui Tarocchi, che trasmette nella lettura e attraverso corsi di approfondimento dedicati allo studio iconografico, simbolico e archetipico degli Arcani Maggiori.

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