PAN IN PANDEMIA | E ALTRE STORIE

Vi regalo un lungo estratto dal capitolo che ho dedicato al dio Pan nel saggio “Verità e segreti del Covid-19”, Alpes Edizioni.

PAN!
Pan non è morto.
L’Anima Mundi nella lezione psicologica della zoonosi.
– di Valeria Bianchi Mian

Il dio senza freni, spirito della natura antica.

Tra gli attributi di Pan ne troviamo due sui quali mi soffermerò prima di andare a cominciare la mia narrazione.
Uno degli accessori del dio è la siringa, strumento a fiato costituito da una o più canne forate, in uso tra i pastori della Grecia antica. Si tratta del noto zufolo e prende il nome da Siringa, una delle graziose ninfe bramate e aggredite da Pan, trasmutatasi appunto in canna. Il suono emesso dalle labbra dell’irrefrenabile uomo-capra non è dunque soltanto l’urlo per il quale egli è più che noto, quel grido che si solleva e si ripercuote quando qualcuno lo disturba e turba, bensì una melodia nata per sublimazione dell’amore mancato, grazie alla trasformazione del desiderio smodato che diventa armonia di note.
Il secondo oggetto che voglio indicare è la corona di pino, un sempreverde caro a un’altra graziosa e desiderabile ninfa di nome Pitis. Una semplice ghirlanda di aghi e pigne diventa il simbolo dell’incoronazione naturale di Pan. La corona posizionata sulle sue corna è un diadema apparentemente privo di valore economico o tecnologico, del quale anche l’umanità potrebbe tornare a cingersi il capo. Una regalità umana differente dall’ambizione di eternità che vediamo nel ‘trans-umanesimo’, diversa dal volo pindarico che vogliamo compiere oltre la stratosfera; un regno che è, citando Edgar Morin, (2020) “comunità di destino”, coscienza individuale e collettiva di questo centimetro di spazio che occupiamo, gonfi e tronfi, sopra la mappa delle ere geologiche.
Appena nato, le fattezze dell’antropomorfo caprone ne spaventano addirittura la genitrice, facendola fuggire; non è proprio quel che si dice un buon inizio per il nostro Pan. La madre del dio è riconosciuta da alcuni in Penelope, la quale si sarebbe accoppiata con i Proci in assenza dell’eroe; altri autori indicano la puerpera nella ninfa Driade o nella figlia di questa. Il padre di Pan viene invece abbastanza congiuntamente indicato nella figura dell’astuto Ermes, elemento avvezzo alle metamorfosi e alle ibridazioni tra le immagini, essendo anche assimilabile al principio che sta a fondamento dell’esperienza alchemica (il Mercurius Duplex). Non a caso il figlio di Ermes mostra sin da subito i segni inequivocabili di una doppia natura: corna, peli e un urlo di quelli che sanno e sapranno, secoli dopo, scatenare il panico nelle folle.
L’allegro e focoso dio dall’anima animale non sembra essere un elemento facile da collocare, soprattutto quando occorre fargli spazio nel campo delle umane certezze, in cima alle quali è incisa a caratteri cubitali la sicumera condivisa, il motto che ci tramandiamo da sempre, la pretesa dell’essere noi tutti molto diversi dalla bestia. È una storia che noi umani conosciamo bene. Facciamo un esempio, uno solo tra i tanti che si potrebbero condividere: quando è piccolo e tenero, un cucciolo viene accolto senza remore in ogni casa, salvo poi diventare invasore di campo quando raggiunge la stazza del cane adulto o incarna il ruolo di arma letale nell’artiglio del gatto che distrugge il divano nuovo. L’animale piace solo fino a quando si rivela fragile e dolce; diventa scomodo quando esprime la propria essenza ferina. Il cinema per bambini offre decine e decine di esempi di questo tipo di narrazione, edulcorata o meno, creata ad hoc, in ottica pedagogica o meno. The One and the Only Ivan, tratto nel 2020 dal romanzo di Katherine Applegate, ne è forse l’esempio più recente. La storia narra l’avventura di un gorilla alle prese con la mancanza di empatia delle creature umane. Nell’educazione dei fanciulli, il vivace Pan viene messo a tacere il più presto possibile. È troppo sporco o peloso o lascivo per essere giudicato ‘un/a bravo/a bambino/a’. Rimane qualche traccia di lui in quel percorso tra pulsioni e desideri che James Hillman descrive nel suo saggio dedicato al dio. 
Se l’Olimpo raduna in gruppo tutti gli aspetti, celesti e ctonii, dell’essere divino, è soprattutto Dioniso ad accogliere la creatura panica con gioia, anche perché un personaggio siffatto si sposa bene all’estetica del suo corteo, si intona al sileno dalla natura selvatica, al baldanzoso satiro, alla menade danzatrice. Il nome scelto dagli dei gli si addice alla perfezione: il bimbo bestiale dai tratti bizzarri, dotato di uno splendido sorriso, con semplicità e tenerezza conquista l’affetto di tutti. Il termine Pan (Πάν) è stato associato a πᾶν, che significa ‘tutto’ e l’etimologia del caso viene ripresa da mitografi e filosofi che riconosceranno in lui il ‘Tutto’, ravvisato nell’universo e nell’energia dinamica emanata dallo stesso.
Di Pan si è divulgata la notizia che sia ormai morto ma le notizie, si sa, sono da prendere con le pinze. Sappiamo quanto sia esteso il dominio delle fake news e quanto i passaparola sappiano arrivare al destinatario in significati opposti rispetto a quelli intesi dalla fonte. Avranno proprio gridato “Pan è morto!”, le voci che hanno sussurrato all’orecchio del marinaio Tamo la notizia della dipartita del dio, suscitando nei popoli della terra gemiti e lamenti? Se muore Pan, sparisce per sempre la vita semplice, la cura delle api, la musica dei boschi. Se il dio della natura scompare, si cancella la connessione della nostra anima alle altre anime… in Anima Mundi. Epiterse, viaggiatore a bordo della nave condotta dall’egiziano Tamo, avrà compreso bene il messaggio?
“«Tamo, quando raggiungerai Palodi, annuncia a tutti che il grande dio Pan è morto!» Così fece Tamo, e la notizia della morte di Pan fu accolta con gemiti e lamenti. (Plutarco, citazione da De defectu oraculorum)”
Ogni volta che un aspetto importante, armonia di note della nostra collettività, viene abbandonato e negletto in favore di elementi che ci distolgono dal contatto con la natura, Pan è morto. Nel buio però, ecco che il significato del suo essere Tutto germoglia e vivifica narrazioni differenti, storie che si fanno virali, grida che ci risvegliano e ci chiamano ad aprire gli occhi sullo scenario del possibile, sul paesaggio dipinto con tutto ciò che credevamo di aver dimenticato.
Ogni volta che resettiamo il sorriso di Pan, lo facciamo morire. Disturbandolo, invece, attiviamo il paradosso, poiché ne sentiamo il grido che suscita il panico tra le genti e lo ritroviamo.
Rispettandolo consapevolmente, con la coscienza che ne sa tenere a freno anche gli eccessi, possiamo accogliere in noi tutte le cose piccole che lui ci dona: la poesia delle foglie nell’ascolto del bosco, la sinfonia del ricongiungimento all’essenza, lo zufolare che scandisce il tempo nelle nostre orecchie.
Arginare la paura che ci suscita con il suo grido, mettere un freno alla sua vivacità ‘sessuata’: sono questi i compiti richiesti per potersi relazionare con Pan e trarne beneficio a favore del vivere individuale e collettivo. Se vogliamo cercarlo in  noi, se proviamo ad ascoltarlo mentre impara a suonare una melodia a partire dalla propria resa, seguendo lo spartito della ninfa Siringa, dando il La a una composizione nata grazie alla rinuncia allo stupro, operiamo una cura preziosa per l’Anima Mundi.
Tra gli amori di Pan c’è Selene, dea lunare fulgida come gli stessi buoi che il dio le regala per conquistarla. Selene accende una luce meno forte e meno accecante di quella che il sole, eroico elemento connesso all’Io e alle sue conquiste, ci offre. Come Selene, anche la ninfa Eco, altra bellezza inseguita dal dio, è il richiamo dolce, l’eco del grido che non ci spaventa più, il riverbero del messaggio che la natura ci rivolge quotidianamente, e ancora reitererà affinché noi lo consideriamo. È l’urlo della vita nell’epoca del Coronavirus e del Climate Change.
James Hillman ci invita a riconsiderare la tradizione giudeo-cristiana nella quale siamo immersi per ‘rivivificare’ – utilizzo un termine mutuato dalla Psicologia Alchemica – i miti abbandonati. Trasformare il modello eccessivamente monocentrico della cultura occidentale per favorire il riemergere del policentrismo salvifico è accogliere il risveglio di Pan. In questa possibilità di voci, le divinità della Grecia si fanno armonia che coabita in noi. Hillman ci racconta un Pan che non ha smesso di manifestarsi nella nostra esperienza, indossando vesti psicopatologiche che ci arrivano come messaggi forti e chiari. Dove troviamo Pan? Negli attacchi di panico, naturalmente, che diventano sintomo diffuso, ma anche negli elementi di violenza istintuale che impazziscono fuori e dentro il web e negli incubi collettivi collegati a eventi che esprimono i nessi a-causali della sincronicità. Nell’epoca del virus Covid-19 possiamo scorgerlo tra le fronde, possiamo vederlo spuntare nei fatti che si rivelano note-notizie fuoriuscite dallo zufolo. Dove sta il veleno, però, sta anche la cura: questo è un motto ermetico ed è una ben nota legge che esprime l’armonia tra gli opposti. Se Pan giunge a terrorizzarci, se arriva a suscitare panico di massa in piena pandemia, è sempre grazie al riconoscimento del suo potere che gli eventi privi di senso possono invece riacquistarne uno. Per trovare e assimilare un messaggio dentro la contemporaneità occorre uscire dalla logica del quotidiano decreto, dallo sguardo rivolto soltanto agli elementi ‘esterni’ nel governo della cura, e osservare meglio l’epidemiologia dei fatti, il sottotesto del discorso che coinvolge ormai tutti i Paesi del mondo.
Perché il dio possa operare attivamente in noi, dobbiamo stare attenti, tenere gli occhi bene aperti, fuori dal letargo di Pan confuso con la morte. Lo sguardo che vivifica e risveglia il dio è quello rivolto alla vita stessa, alla nostra piccola animalità, alla minuzia natura umana che siamo. Zoé (ζωη) e Bìos (βίος) si armonizzano, come un fiore che spunti dall’asfalto. È transitorio e perpetuo incontro, come quando l’amigdala, gioiello delle nostre emozioni, si svela ancora all’erta al di là dello strapotere della neocorteccia.
Perché il dio che rende pazzi possa anche guarirci dalla e nella follia che permea il mondo, bisogna che ritroviamo quell’assetto ‘immaginale’ delle cose che James Hillman ci suggerisce. Occorre lasciare fluire senza più timore le immagini interne, trarne esperienza vitale fruendo del sogno e della regressione creativa tra gli dei. 

Estratto dal capitolo scritto da VBM in “Verità e segreti del C….19”, Alpes Edizioni.

Barlumi di coscienza. Valeria Bianchi Mian Psicoterapeuta
http://www.tarotdramma.com

Ne approfitto per dirvi che sono super felice perché mercoledì 26 comincia il mio nuovo corso! Tipi Psicologici e Tarocchi Mood On! Wow!

A presto.

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